Ahmed
Quando
arrivai in Libia nel 1956, e per la prima volta mi recai al podere di
mio nonno vicino Zavia, ebbi l'occasione di conoscere Ahmed, lui Libico
della Tripolitania, aveva circa 48-53 anni, come sapete non tutti si
ricordavano di preciso quanti anni avessero, perché in quegli anni non
vigeva la registrazione delle nascite come è in uso oggi, e per tanto
un piccolo margine di errore poteva esserci. Aveva i capelli brizzolati
più tendenti al bianco, e pertanto dimostrava l'età che aveva, di
fisico asciutto ed atletico con barba e baffi, alto circa 1,75, vestiva
con i pantaloni con il cavallo molto basso, una casacca lunga a metà
coscia circa, e una fascia che ne cingeva la vita, quasi sempre vestiva
di bianco, massimo con delle righe verticali non troppo appariscenti,
sul capo un copricapo sempre bianco tipo papalina di dimensioni un
pochino più grandi (Fezz). Non l'ho mai visto portare le scarpe, era
sempre scalzo, con dei calli ai piedi impressionanti, tutta la
sottopelle dei piedi era un callo, tanto era dura la pelle sui lati del
piede poco sopra di dove appoggiava al suolo, che a tratti era piena di
crepe profonde, lui diceva di non avvertire alcun disturbo per quelle
crepe ai piedi. Viveva con la sua famiglia nel podere del nonno nella
sua Zeriba, aveva due figli, un maschio di nome Schiarf sui 18 anni, e
una femmina di nome Hajelia di 14-15 anni. Era un uomo molto paziente e
buono, quando ci trovavamo in pausa di lavoro, o mentre raccoglievamo
il raccolto, in compagnia dei miei zii e di mio nonno, lui spesso
raccontava le sue esperienze di vita vissuta, con gli italiani e ci
raccontava quello che a lui avevano raccontato i suoi genitori quando
era piccolo, di quando erano sotto la dominazione turca.
Esclamava
spesso quando vedeva qualcosa che non andava del suo paese, e in
particolare di Tripoli "Il peggior gabinetto pubblico di Roma è
migliore della Città di Tripoli", le prime volte che ascoltavo quella
frase non capivo come lui potesse dare un giudizio così negativo della
sua Città, un giorno dopo l'ennesima esclamazione glie lo chiesi, e
venni così a sapere che aveva prestato il servizio militare a Roma, nel
Corpo dei Lancieri a Cavallo della Libia, ed era stato promosso a
Sergente Maggiore. Aveva preso parte all'ultimo conflitto, e
partecipato a moltissime azioni di guerra, con orgoglio mi mostrò le
varie ferite riportate in tali azioni. Quando raccontava della sua vita
e del rapporto che aveva con noi italiani, gli si bagniavano gli occhi
per la commozione, era un libico che amava moltissimo il nostro paese,
e anche il suo, ma soffriva nel vederlo strattonato da ogni parte per
interessi vari, in special modo con gli inglesi portava rancore, per la
sconfitta militare subita dagli italiani, e per la situazione in vigore
in quegli anni, l'aizzamento contro gli italiani dei giovani locali, da
parte degli inglesi ed americani, lui ne soffriva, diceva "Senza gli
italiani tutto tornerà come prima, fame e miseria, "gli inglesi" -
diceva - "non sono venuti per lavorare la terra, come hanno fatto gli
italiani, sono quì per comandare e questo i giovani non possono
saperlo!" Mi fece notare che negli ultimi anni, 1957-59, le insegne dei
negozi e in special modo le insegne stradali, non riportavano più le
scritte in Arabo-Italiano come consueto, ma Arabo-Inglese, e più
passava il tempo e più questo si accentuava, come si andava accentuando
sempre più l'astio verso noi italiani per le strade, in special modo
nelle campagne e villaggi, meno evidente in Città, salvo vicino alle
nostre scuole, dove ci aspettavano fuori dal portone quasi tutti i
giorni dei gruppetti di ragazzi e ragazzini, per prenderci a sassate,
molte volte dovevamo rientrare nel cortile per evitare danni sicuri, ed
attendere che la situazione migliorasse per poter uscire ed andare a
casa.
Lui
di tutto questo ne soffriva, come ne soffrivano o ne erano dispiaciuti
la maggior parte degli anziani e uomini maturi, che conoscevano bene
cosa avevano fatto i nostri connazionali in quel paese, mi è capitato
molte volte di essere rincorso da ragazzi fuori dalla scuola, ed essere
stato difeso da persone sui 45-60 anni ed anche oltre, minacciando i
miei aggressori del momento. Ahmed era uno di questi, ricordo un
episodio che avvenne nel podere di mio nonno, un giorno venne un
ragazzo sui 13-15 anni a chiedere se ci fosse lavoro per lui nel
podere, mio nonno gli spiegò che il raccolto delle arachidi era
iniziato, e che purtroppo era arrivato troppo tardi, aveva il personale
al completo, gli consigliò di presentarsi prima, almeno un mese o due,
perché altrimenti sarebbe rimasto fuori anche per i prossimi raccolti!
Gli consigliò dandogli i nomi, di andare a domandare in quei poderi,
forse cercavano ancora gente essendo poderi di dimensioni maggiori del
suo. Ma purtroppo non ci fu verso di fargli capire la situazione, ed
assistetti ad una spiacevole reazione, "Tu mi devi dare lavoro, io non
vado da nessuno, tu mi devi dare lavoro" gli rispose, mio nonno
rincominciò con pazienza a ripetere quanto dettogli, ma lui estrasse il
coltello a serramanico che portava nella fascia che gli cingeva la
vita, e con fare minaccioso si avvicinava a mio nonno, il quale si
guardava intorno per vedere di afferrare qualcosa per difendersi, io
distavo circa 50 metri, ed avevo ascoltato l'animata discussione,
estrassi la fionda e la caricai con una palla di piombo di 1,5 cm. che
avevo ricavato dalla fusione di tubi di scarico in piombo dismessi, mi
servivano per cacciare le tortore, ero pronto a sferrargli un colpo se
si fosse avvicinato troppo a mio nonno, ma in quell'attimo come un
fulmine apparve Ahmed, che si frappose fra i due, e con decisione si
avventò sul ragazzo, lui non ebbe nemmeno il tempo di reagire che si
sentirono due tre ceffoni che sembravano scoppi di mortaretto, il
coltello non era più nelle mani del ragazzo, ma in quelle di Ahmed, un
coltello ricurvo, con una lama lunga circa 20 cm. a serramanico,
avrebbe procurato parecchi danni se la minaccia fosse stata portata a
termine!
Riempito
di schiaffi e di ivettive in arabo, il ragazzo si allontanò non senza
inveire contro mio nonno ed Ahmed, che nel frattempo gli aveva lanciato
il coltello a serramanico chiuso, restituendolo al proprietario. Disse
a mio nonno di portar pazienza, era giovane, ed era senza dubbio stato
aizzato contro gli italiani da altre persone ben più responsabili di
lui per quello che era successo. Aveva tolto anche me da una situazione
incresciosa e molto pericolosa, in quegli attimi ero perfettamente
cosciente delle conseguenze che potevo causare se avessi scagliato il
colpo di fionda, ma sinceramente non avrei permesso che mio nonno
venisse accoltellato. Quando lo dissi a mio nonno cosa ero pronto a
fare, e che lo avevo sotto tiro, lui si arrabbiò e mi proibì
assolutamente di intromettermi, lui era in grado di risolvere i suoi
problemi mi disse. Era un modo per proteggermi da eventuali mie
iniziative non valutate correttamente essendo ancora un ragazzino, e
lui sapeva benissimo di cosa ero capace con una fionda in mano.
Un
mattino ebbi modo di assistere alle capacità di cavaliere arabo di
Ahmed; fra i compiti che aveva, c'era anche quello di abbeverare i
cavalli, al mattino presto, ed io ero uscito quella mattina all'alba a
caccia con il "Flobert Diana 25" di mio zio, c'era un'aria
freschissima, profumata da una grande e lunga siepe di melograni che
costeggiava e divideva la campagna dallo spiazzo adiacente alle mura di
cinta della fattoria, mi ero seduto sulla legnaia adiacente alla
vaschetta dell'acqua e relativa canaletta in cemento, per ordinare le
idee su che direzione prendere per andare a caccia, quando vedo Ahmed
uscire dal cancello del muro di cinta con il cavallo e dirigersi verso
la vaschetta dell'acqua, tenendo in mano una corda che a mo di lazzo
con nodo scorsoio, cingeva il collo del cavallo, serviva solo per
portarlo all'abbeverata, e riportarlo in stalla. Il cavallo era un
maschio di circa 4 anni, in pieno vigore, il manto era bianco di fondo,
ma di un colore che andava secondo la luce del giorno dal bronzato con
sfumature blu sulle gambe e sul collo compresa la testa, con
punteggiatura sul groppone dello stesso colore molto accentuate, con
criniera e coda di un bianco ingiallito, aveva la fronte convessa
classica dei cavalli arabi! Mentre il cavallo si gustava la fresca e
limpida acqua corrente, Ahmed si era allontanato dal cavallo di circa 5
m. tanto gli permetteva la corda, ad un tratto lo vidi correre verso il
cavallo che gli voltava il groppone, e aveva la testa immersa nella
canaletta, e in velocità poggiandogli le mani sul groppone gli saltò in
groppa afferrandogli la criniera! il cavallo sorpreso si impennò
girandosi sulla due zampe verso l'aperta campagna, in un attimo alla
mia vista restava solo una striscia di polvere di sabbia, non si
vedevano più cavallo e cavaliere, aspettai il loro ritorno sicuro che
avrei assistito a qualcosa di eccezionale, e dopo circa 10 minuti
sentii il galoppo avvicinarsi rapidamente, correva come il vento sulla
sabbia quel cavallo... dietro di lui una nube di polvere rossastra gli
faceva da sfondo, in un attimo arrivarono al punto di partenza, ma
Ahmed mentre il cavallo era ancora in corsa aggrappato alla criniera
saltava a terra a piedi uniti, per rimbalzo risalire a cavallo...
questo per tre quatto volte, invertendo ogni volta il lato del cavallo,
non avevo mai visto niente di simile, si arrestarono trenta metri oltre
la canaletta, verso la stalla, lui non si accorse della mia presenza, e
proseguì a piedi verso la stalla, io fui avvolto dalla nube di polvere
di sabbia che mi toglieva il respiro, dovetti tirarmi su la canottiera
coprendomi la bocca e il naso finché quella nube di voglia di libertà e
di gioia di vivere non mi oltrepassò diradandosi nell'aria fresca di
quel mattino, sorrisi a quel pensiero.
L'anno
dopo Ahmed contribuì facendo da intermediario nella vendita dei due
poderi, e grazie a lui mio nonno riuscì a non rimetterci troppo. Ormai
la situazione era diventata insostenibile, nelle due campagne non vera
giorno che non avvenissero fatti di ruberie del raccolto o
danneggiamento, liberando cammelli o capre nel futuro raccolto,
causando danni anche alle piante da frutta, mio nonno denunciava a
Zavia l'accaduto, arrivava la polizia libica a cavallo, rilevava il
danno... ma niente altro succedeva. Quando i miei nonni partirono Ahmed
con la sua famiglia con le lacrime agli occhi, ci salutarono con forti
abbracci, disse a mio nonno "Rumi, adesso faremo i servi..., perché con
l'italiano noi potevamo contrattare il nostro lavoro, con i capi Gabila
non possiamo contrattare, perché loro faranno il prezzo, e per noi sarà
la fame". Ricorderò sempre quegli attimi di commozione, e ci tenevo
moltissimo durante il mio ritorno nell'Ottobre del 2010, ad incontrare
Ahmed e i suoi figli, ma purtroppo ho potuto avere solo loro notizie
dai locali tramite la nostra guida, Ahmed è deceduto, e così sua
moglie, i figli vivono a Zavia e vicino Oliveti, il tempo che ho
disponibile purtroppo è finito, con rammarico lascio quella terra! Ho
avuto modo di vedere i luoghi dove ho vissuto e trascorso momenti
indimenticabili, ma non ho avuto il piacere di ristringere la mano e
riabbracciare quelle persone che facevano parte di quella terra e, dei
miei piacevoli e indimenticabili ricordi!
Raffaele Favatà - R@ff